La riscrittura di un testo è spesso frutto di un dialogo, più o meno franco e aperto, tra l’autore e il censore. Vi sono casi, però, in cui l’impulso a rivedere la scrittura non deriva da un’esplicita indicazione esterna del censore, ma origina piuttosto da una coscienza tormentata, desiderosa di accondiscendere alle inclinazioni del potere o, più spesso, di prevenirne l’intervento repressivo. In queste circostanze il dialogo si svolge tutto internamente all’animo dell’autore in un confronto sovente serrato tra ciò che lo scrittore desidererebbe dire e la percezione, più o meno corretta, di ciò che il potere vorrebbe ascoltare: il contraddittorio, in altre parole, non è più, o non è solo, tra l’autore e il censore, ma è soprattutto una questione riguardante l’autore e il suo super-io censorio. Nella misura in cui previene la sanzione dell’autorità, dispensando dunque il potere dal censurare, l’autocensura – di questo si tratta – diventa la testimonianza più lampante della persuasività del messaggio imposto dal potere stesso: qualcuno l’ha definita, non a torto, il «segno della sorveglianza assoluta» [Nadežda Mandel’štam].