Lirica persiana

 

Il kit Lirica persiana è stato realizzato grazie alla collaborazione di Ivana Panzeca, ricercatrice dell'Università degli studi di Palermo e membro della Fondazione per le scienze religiose. Il kit delinea alcuni tratti salienti della lirica persiana di epoca islamica tramite saggi e traduzioni che illustrano sia la sensibilità artistica che l'approccio poetico alla natura, temi tipici della letteratura iranica medievale.

 

Data Creazione:
Gio, 26/10/2023 - 08:38
1

Il "re dei belli" (shah-e khuban) nella lirica persiana classica

 

 

Prima pagina del manoscritto del Divan di Hafez Shirazi

All’alba, attratto da aromi di verzura io scesi un po’ nel giardino
Come fa l’usignuolo innamorato, per offrire del balsamo alle nari

A una rosa che tutta si mostrava fissai d’un tratto il mio sguardo
In quelle tenebre sì nere qual lampada chiara ella era splendente

A tal punto pareva della sua Giovinezza e Beltà orgogliosa
che in mille modi dal cuore dell’usignuolo teneva Distacco

Il giglio la lingua al biasimo aveva già estratta qual spada
L’anemone si copriva con lo scudo a mo’ di delatore

Il bel narciso aveva il suo occhio a lacrime di desiderio spalancato
Il tulipano, per brama, innumeri piaghe infliggeva all’anima e al cuore

E questo mi pareva un adoratore del vino col calice in mano
E quello il coppiere degli ebbri, col fiasco già pronto

Gioia, Piacere, Giovinezza al pari della rosa tu stima ricchezza
O Hafez...

(tratto da Hafez, Il libro del Coppiere, a cura di C. Saccone)

 

 

Carlo Saccone nel suo contributo al volume Cenacoli. Circoli e gruppi letterari, artistici, spirituali, tratteggia i caratteri fondamentali della poesia persiana di ispirazione più schiettamente lirica, con una puntuale analisi e grazie a brani esemplificativi tratti dalle opere di numerosi autori vissuti tra il dodicesimo e il quindicesimo secolo.

 

Quando si parla di lirica persiana, ci si riferisce a una tradizione poetica che, sviluppatasi a partire dai primi esperimenti in neopersiano del IX sec., si stabilisce in modo evidente con la prima pleiade dei poeti panegiristi (Farrokhi, Mauchehri, ‘Onsori) e epici (Daqiqi, Ferdowsi, l’autore di un monumentale “Libro dei Re”) della corte dei Samanidi (X sec.) e poi dei Ghaznavidi di Bukhara in Transoxiana (corrispondente all’incirca all’attuale Uzbekistan); consolida poi i propri canoni tra il XI e XII sec. con i grandi panegiristi Anvari e Khaqani, con i mistici Sana’i e ‘Attar, con l’epico-romanzesco Nezami (l’autore di una celebrata Alessandreide), e con l’universalmente noto autore di corrosive sentenziose quartine ‘Omar Khayyam (noto però, anche agli autoctoni, solo a partire dalla riscoperta di due orientalisti europei del XIX sec., il Fitzgerald e il Nicholas).

 

Continua a leggere su academia.edu...

 

 

 

 

Data: 05 Ottobre 2023
2

Rose e violette nei giardini dei lirici persiani

 

Firdausi e i poeti di Ghazna, dallo Shahnameh di Shah Tahmasp
 

 

Nel saggio Rose e violette nei giardini dei lirici persiani, contenuto all'interno del volume Ernst Robert Curtius e l’identità culturale dell’Europa. Atti del XXXVII Convegno Interuniversitario, Carlo Saccone si concentra su tematiche naturalistiche presenti nella lirica persiana, precisamente sulla rappresentazione del giardino. Ancora una volta, oltre a proporre un esame esaustivo dell'argomento, propone numerosi brani tratte dalle opere di poeti persiani vissuti tra il decimo e il quattordicesimo secolo.

 

Il giardino è certamente uno dei motivi centrali della lirica persiana d’ogni tempo, in particolare di quella di epoca islamica, che si sviluppa dal IX sec. in poi. La Persia, un territorio che è in gran parte occupato da una altopiano estremamente arido puntellato da città e villaggi sorti da antiche oasi sulle vie carovaniere, ha da sempre avuto – intuibilmente – una cultura del giardino. Tra le molte parole persiane che indicano il giardino o sue tipologie una ci interessa da vicino. Si tratta di firdaws, parola che ha i suoi paralleli nell’ebraico pardes e nel siriaco, e da cui deriva com’è noto il greco paradeisos e infine il nostro paradiso.
Continua a leggere su academia.edu...  

 

 

 

 

 

Data: 05 Ottobre 2023
3

Epica persiana e opera lirica italiana: la “Turandot” da Nizami a Puccini

 

Khusraw scopre Shirin mentre fa il bagno in una piscina
 

 

J.C. Buergel nel saggio letto in occasione della presentazione della raccolta di scritti “Il discorso è nave, il significato un mare“. Saggi sull'amore e il viaggio nella poesia persiana medievale, ripercorre le vicende del poema risalente al dodicesimo secolo Haft Peykar (“Le sette effigi” o “Le sette principesse”, nella versione italiana di Alessandro Bausani), opera di uno dei più grandi poeti persiani, Ilyas ibn Yusuf Nizami (1141-1209), che ispirò Puccini nella stesura della sua “Turandot” attraverso le interpolazioni di Pétis de la Croix, l’autore dei “Mille e un giorno” e degli omonimi drammi di Gozzi e Schiller, che si rifanno alla fiaba persiana senza tuttavia mai citarla.

 

Il titolo dice precisamente: “La storia della principessa che si rinchiuse in una fortezza” (Hikâyat-i dukhtar-i pâdschâh keh dar qal`e hisârî shud) . Dunque in una città della Russia (naturalmente una Russia che corrisponde solo in parte a quella odierna) signoreggiava un re buono che aveva una figlia che egli aveva amorevolmente allevata (si noti, entrambi restano innominati in Nizami). Ella non era soltanto di abbagliante bellezza, era pure stata ben educata e istruita alla lettura, ovvero, leggo qui dalla bella e precisa traduzione di Bausani 
Ma oltre la bellezza e il dolce sorriso aveva appreso cognizioni d’ ogni genere, aveva vergato carte d’ogni ramo della scienza, aveva letto tutti i libri d’incanto del mondo, le malìe e le cose occulte (p. 148)
Turandot (la chiameremo per nome per semplificare le cose, benché –come s’è detto- il nome manchi in Nizami) di queste conoscenze farà uso prestissimo.

 

Continua a leggere su meykhane.altervista.org...

 

 

 

 

 

 

 

Data: 05 Ottobre 2023
4

Alle origini del romanzo persiano medievale

 

Miniatura risalente al 1729 tratta da un manoscritto del Visramiani, un adattamento georgiano in prosa della storia di Vis e Rāmin

 

 

Nahid Norozi nell'articolo pubblicato sulla rivista Meykhane/Voci e memorie persiane, introduce e propone un'ampia sintesi commentata in lingua italiana (con citazione di ca. 750 distici) del Vis o Rāmin, il primo grande romanzo in versi della letteratura neopersiana, opera di Fakhr al-Din As‘ad Gorgāni (XI sec.), spesso citato come parallelo orientale del Tristano e Isotta.

 

Il Vis o Rāmin di Gorgāni è un romanzo in versi persiano del XI secolo spesso citato dai filologi romanzi soprattutto in relazione agli ipotizzati rapporti con il ciclo di Tristano e Isotta. Ma si tratta di opera più spesso citata che realmente conosciuta, benché si disponga di due traduzioni in inglese, una in francese e una in russo. Sicuramente la lunghezza dell’opera (ca. 9000 distici) non incoraggia a una attenta e paziente lettura, sia pure in traduzione. Nella stessa sua patria, l’Iran, Gorgāni risulta un autore relativamente meno letto e studiato di tanti altri, anche per ragioni extra-letterarie riconducibili in sostanza alla materia “scandalosa” del suo romanzo che propone un’idea dell’amore e della relazione tra i sessi sicuramente confliggente con la morale tradizionale e con i precetti religiosi. 
Continua a leggere su meykhane.altervista.org...  

 

 

 

 

 

Data: 05 Ottobre 2023
5

Mistica e poesia nell’opera di Jalāl ad-Din Rumi

 

Manoscritto persiano su carta, Shiraz, 1479.
 

 

Sergio Foti, nel suo contributo alla rivista Meykhane/Voci e memorie persiane prende in esame alcuni dei motivi della poesia di Rumi (Molavi) in relazione sia al lascito spirituale del sufismo, di cui egli è uno dei rappresentanti più originali, sia alla tradizione poetica persiana, di cui Rumi rappresenta uno degli autori più noti e letti nell’ecumene musulmana. Attraverso le opportune citazioni dall’opera di Rumi, vengono illustrati in particolare il motivo della celebrazione delle origini e quello dell’ascesa e del viaggio mistico, e si esplorano i suoi rapporti con la comunità fondata a Konya e in particolare con l’amico mistico, il misterioso derviscio Shams-e Tabriz, colui che fu al centro della intensa esperienza poetica e della personale teofania sperimentata da Rumi.

 

Per come la vedo io, introdurre e mostrare i caratteri dell’opera di Jalāl ad-Din Rumi di Balkh (1207-1273) significa soprattutto fare un discorso di intersezioni: significa - mentre si propongono i versi di questo grande e singolare poeta - riuscire a toccare piani diversi e indicare linguaggi inusitati. All’attenzione degli appassionati di lettura e di poesia, com’è il caso delle persone qui oggi, questa premessa può sembrare strana. L’espressione poetica autentica - pensiamo - dovrebbe di per sé raggiungere la sensibilità del lettore, svelare spontaneamente le risonanze e i segreti che le sono affidati, senza mediazioni.
 
 

 

 

 

 
 
 
Data: 05 Ottobre 2023
6

Il Gol o Nowruz di Khwāju Kermāni

 

L'angelo dell'Ispirazione visita in sogno Khvaju Kirmani. Foglio sciolto, Baghdad 1396.

 

 

Nell'articolo pubblicato sulla rivista Meykhane/Voci e memorie persiane, è ancora Nahid Norozi a proporre una sintesi commentata e inframezzata dalla traduzione italiana di oltre quattrocentocinquanta distici del poema Gol o Nowruz di Khwāju Kermāni (XIV sec.). La sintesi è introdotta, dopo la presentazione dell’Autore e l’opera, da una breve discussione sui rapporti del Gol o Nowruz con il Vis o Rāmin di Gorgāni, il Khosrow e Shirin di Neẓāmi, il Khosrow-nāmé o Gol o Hormuz attribuito ad ‘Aṭṭār e la storia di “Goshtāsp e Katāyun” dello Shāh-nāmé di Ferdowsi. In tale disamina si evidenzia come il modello di Khwāju non sia soltanto Neẓāmi, come tradizionalmente è stato ritenuto, e si rileva che analogie anche più calzanti e pervasive sono riscontrabili piuttosto con il Khosrow-nāmé di ‘Aṭṭār e soprattutto con la storia ferdowsiana degli amanti Katāyun e Goshtāsp.

 

Kamāl al-Din Abu al-‘Aṭā Maḥmud ibn ‘Ali ibn Maḥmud Morshedi Kermāni (Kerman 689 H/1290 AD - Shiraz 750/1349), poeta di corte meglio noto come Khwāju di Kermān e conosciuto anche con l’epiteto di “Ghirlandaio dei poeti” (Nakhlband-e sho‘arā), è autore di un voluminoso divān e di un “quintetto” (khamsé o panj-ganj) di poemi, nonché di altre opere in prosa. Non considerando il mathnavi epico Sām-nāmé (‘Libro di Sām’) in quanto solo attribuito a Khwāju, i cinque poemi (mathnavì) sono così intitolati: 1. Homāy o Homāyun, poema epico-romanzesco in metro moteqāreb composto nel 732/1332; 2. Gol o Nowruz, composto nel 743/1342, di cui ci occupiamo in questa sede; 3. Rowḍat al-anvār (‘Giardino delle Luci’), di poco più di duemila distici, un poema religioso-mistico composto nel 743/1343; 4. Kamāl-nāmé (‘Libro della Perfezione’) un poema mistico composto nel 744/1343; 5. Gowhar-nāmé (‘Libro della Perla’) è un poema mistico-didattico terminato nel 746/1345.

 

Continua a leggere su meykhane.altervista.org...

 

 

 
Data: 05 Ottobre 2023
7

Il viaggio degli uccelli. Mistica e ragione nel pensiero sufi

Data: 05 Ottobre 2023
8

Bibliografia - Lirica persiana

Data: 05 Ottobre 2023