Credo armeno
Il kit formativo Credo armeno è stato realizzato grazie alla collaborazione di Federico Alpi, ricercatore in Armenistica, caucasologia, mongolistica e turcologia presso l'Università di Firenze e la Fondazione Scienze Religiose di Bologna, impegnato principalmente in ricerche sulla storia armena della tarda antichità e del medioevo. Il kit formativo permette di comprendere le peculiarità della liturgia e della teologia legata al Credo nel contesto della Chiesa apostolica armena, tramite la proposta di video e letture dedicate all'argomento.
Simbolo
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I Dodici mentre scrivono il Credo Apostolico, direttamente ispirati dallo Spirito Santo (manoscritto del XIII secolo) (fonte: BL). |
Cos’è il simbolo di Nicea
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Icona russa che raffigura Costantino I fra i Padri conciliari al primo Concilio di Nicea (325): |
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Per orientarti puoi leggere la sezione Il concilio di Nicea all’interno dell’Enciclopedia Costantiniana pubblicata dall'Istituto Treccani alla voce Il Concilio, curata da Manlio Simonetti, in cui si descrive la prima grande assemblea ecumenica convocata da Costantino per risolvere la controversia ariana. La dottrina di Ario, che subordinava radicalmente Cristo al Padre, fu condannata e venne redatto il Simbolo niceno, con l’affermazione decisiva che il Figlio è “della stessa sostanza” (homoousios) del Padre
Intorno al 320 il presbitero Ario cominciò a diffondere, ad Alessandria e ben presto in Egitto e altrove, una dottrina che deprimeva la dignità divina di Cristo, rispetto a quella somma di Dio Padre, in modo tale da provocare reazioni nell’ambiente alessandrino. Era una questione di lunga data: qui ci si limita a precisare che, considerato per tempo Cristo come entità divina, la difficoltà di conciliare questa dignità con la dominante concezione dell’unicità di Dio aveva suscitato difficoltà e polemiche che, nel II e III secolo, si erano puntualizzate in dottrine diverse. Ad Alessandria era ormai tradizionale, all’inizio del IV secolo, la concezione che considerava Cristo come Logos, cioè come parola divina, personalizzata in una entità sussistente, il Figlio di Dio, subordinata a Dio Padre, ma non in maniera così radicale come predicava Ario. Pertanto la sua dottrina viene condannata da Alessandro, vescovo di Alessandria, e dal clero alessandrino, e poi dai vescovi di tutto l’Egitto, sì che Ario è costretto a esulare in Palestina.
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Per approfondire segui il kit di Pars Il Concilio di Nicea e la sua eredità, a cura di Massimiliano Proietti. Vai al kit...
Il credo nella liturgia della chiesa apostolica armena
Il Credo armeno
Il Simbolo di Nicea e il Simbolo degli Armeni
Approfondimenti - credo armeno
Se vuoi approfondire ulteriormente, puoi leggere la voce Il cristianesimo armeno, composta da Riccardo Pane per l’Enciclopedia Costantiniana, che tratta della nascita e dello sviluppo del cristianesimo in Armenia, dalle prime missioni evangelizzatrici fino alla fine del IV secolo. In particolare, mette in luce il ruolo di figure come Gregorio l’Illuminatore e l’appoggio dei sovrani armeni, che portarono alla precoce adozione del cristianesimo come religione di Stato, con conseguenze decisive per l’identità culturale e politica del paese.
A oriente della penisola anatolica, in una vasta area compresa fra il mondo greco, quello siriaco e quello iranico, sorge la civiltà armena. Parliamo di civiltà, perché nel corso dei secoli gli armeni sono stati divisi sotto differenti dominazioni e hanno conosciuto più di una persecuzione. In mancanza di una costante unità politica e geografica, i fattori di continuità e di identità nazionale sono stati la lingua, la cultura e la Chiesa. Il titolo del presente contributo parla di ‘cristianesimo armeno’, per evitare ogni possibile fraintendimento confessionale: quella armena è prima di tutto un’esperienza spirituale, teologica, rituale che attraversa le singole giurisdizioni canoniche e appartenenze confessionali nelle quali gli eventi contingenti hanno diviso il popolo armeno, benché il nucleo più consistente e costante sia indubbiamente costituito dalla Chiesa apostolica armena, che dall’inizio del VI secolo appartiene al novero delle cosiddette antiche Chiese orientali non-calcedonesi.
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La voce «Dio da Dio». Costantino e la patristica greca nei conflitti infraecclesiali del IV secolo, composta da Davide Dainese per la stessa raccolta, mostra come Costantino, primo imperatore romano a intervenire attivamente nelle dispute teologiche cristiane, abbia assunto un ruolo decisivo nei conflitti intraecclesiali del IV secolo. In particolare, evidenzia il rapporto tra il suo potere politico e la patristica greca, segnando l’inizio di un’epoca in cui l’autorità imperiale influenzava direttamente l’elaborazione dottrinale
Costantino è il primo imperatore romano il cui operato ha, per i Padri di lingua greca, una consistente valenza teologica; si può dire, in un certo senso, che con lui inizia un’era in cui il sovrano secolare assume un ruolo attivo nell’elaborazione teologica cristiana. Prima di Costantino, solo Aureliano, all’apparenza, intervenne concretamente nell’attività decisionale della Chiesa, e – soltanto da questo punto di vista – in senso lato anche a livello ‘teologico’. L’imperatore, per dare attuatività a quanto stabilito nel sinodo che depone Paolo di Samosata nel 268/269, agì nel 272 con la forza affidando la disciplina del caso al vescovo di Roma. Dopo questo singolo episodio, ad ogni buon conto, i teologi greci iniziano a interagire massivamente con l’autorità imperiale solo durante il regno di Costantino e, per la precisione, dalla vittoria di quest’ultimo su Licinio nel 324, che lo porta a controllare anche la parte orientale dell’Impero. Confrontati con il caso di Aureliano e Paolo di Samosata, i complessi e ben più che occasionali contatti fra i vescovi – e fra i teologi più in generale – e Costantino raffigurano una situazione radicalmente differente, esito di un contesto storico mutato. La fine della Grande persecuzione, la legittimità consolidatasi del culto cristiano e la partecipazione sempre più attiva dell’imperatore alla vita della Chiesa rafforzano incomparabilmente la prossimità di alcuni vescovi alla corte imperiale pur ipotizzabile già al tempo di Aureliano.
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