Dopo aver considerato la dialettica tra ẓāhir e bāṭin nell’interpretazione gnostica del Corano, possiamo ora ampliare ulteriormente il quadro, osservando come la riflessione sciita si sia confrontata con alcune delle grandi correnti speculative del misticismo islamico. Tra queste, la metafisica di Ibn ʿArabī occupa un posto centrale: la sua visione dell’unità dell’essere, la sua lettura simbolica del testo sacro e la sua concezione dell’uomo perfetto hanno esercitato un’influenza profonda anche in ambito imamita.
L’incontro tra l’esegesi sciita e il pensiero akbariano non è stato né immediato né uniforme, ma ha generato nel tempo forme originali di sintesi, in cui la centralità degli Imam si intreccia con le intuizioni universali del sufismo speculativo. Comprendere questo dialogo significa riconoscere come la tradizione sciita abbia saputo accogliere, rielaborare e talvolta trasformare elementi provenienti da altre correnti mistiche, integrandoli nel proprio orizzonte teologico ed ermeneutico.
Per approfondire questa trama di influenze e convergenze, proponiamo ora un contributo dedicato al rapporto tra esegesi coranica sciita, sufismo e metafisica di Ibn ʿArabī.
 
In questo capitolo indagherò la questione dell’impatto del pensiero di Muḥyī l-Dīn Ibn al- ʿArabī su un commentario coranico suf-sciita del tardo diciannovesimo secolo. Illustrando il posizionamento dell’autore del commentario rispetto alla polemica sulla dottrina della waḥdat al-wujūd (unità dell’esistente), che fu una costante della storia intellettuale dell’Islam a partire dai primi secoli dopo la morte dello Shaykh al-Akbar, con questo articolo intendo contribuire alla storia intellettuale del sufsmo e dello sciismo in epoca moderna e contemporanea, provando ad avanzare un’ipotesi intorno alle ragioni per cui per un maestro suf iraniano del diciannovesimo secolo era necessario a un tempo prendere le distanze dalla dottrina in questione e contemporaneamente dichiarare la quasi-infallibilità di Ibn ʿArabī.

 

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