Dopo aver incontrato alcune delle grandi figure dell’ʿirfān filosofico e gnostico, è interessante volgere lo sguardo a un’altra dimensione attraverso cui la spiritualità sciita si è espressa: la poesia. Nell’opera di ʿAllāmah Sayyid Muḥammad Ḥusayn Ṭabāṭabāʾī, noto soprattutto come esegeta e filosofo, la parola poetica diventa infatti un veicolo privilegiato per articolare l’esperienza dell’amore divino e della bellezza come manifestazione del Reale.
La sua produzione poetica, meno conosciuta rispetto ai suoi scritti teoretici, rivela un volto intimo e contemplativo, in cui l’amore per il Bello (ḥusn) e la nostalgia per l’Assoluto si intrecciano con la tradizione mistica persiana. In questi testi, l’ʿirfān non è solo dottrina o metafisica, ma vibrazione affettiva, slancio dell’anima, ricerca di un linguaggio capace di dire l’indicibile. La poesia diventa così un’estensione naturale della sua visione filosofica, un luogo in cui concetti e simboli si trasformano in esperienza vissuta.
Per entrare in questa dimensione più lirica e meditativa dell’opera di Ṭabāṭabāʾī, proponiamo ora un approfondimento dedicato alla sua poesia mistica e al tema dell’amore come via di conoscenza.

 

 

Dettaglio ornamentale persiano con motivi floreali  (crediti immagine)

 

 
Quando in uno dei suoi momenti più duri si trovò in dubbio su quale via prendere, dopo che a Qom le sue lezioni di filosofia avevano destato scandalo e stupore presso gli ambienti più regretti alla materia, i quali le avevano apertamente osteggiate, Allāmah Sayyid Muḥammad Ḥusayn Ṭabāṭabā’ī (1321-1402/1904-1981) decise di consultare Hāfeẓ (m. 792/1389). Aprire il suo dīwān e trarre responsi (fāl‑e Ḥāfeẓ). Fu il grande poeta di Shiraz, attraverso il suo canto dell’Ineffabile, a dirgli inoppugnabilmente cosa fare

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