Dopo aver approfondito la gnosi sciita come nucleo interiore della tradizione, possiamo ora volgere l’attenzione a uno dei suoi strumenti interpretativi più caratteristici: la lettura multilivello del testo sacro. Nella prospettiva imamita, il Corano non si esaurisce nel suo significato letterale (ẓāhir), ma custodisce dimensioni più profonde (bāṭin) che si rivelano progressivamente a chi percorre un cammino spirituale guidato.
Questa distinzione tra esteriorità e interiorità non è un semplice artificio esegetico, ma un modo di concepire la Rivelazione come realtà viva, stratificata e inesauribile. L’accesso ai suoi livelli più intimi richiede una disposizione interiore e una guida qualificata, elementi che collocano l’ermeneutica sciita in continuità con l’orizzonte dell’ʿirfān.
Per comprendere meglio come questa dialettica abbia modellato la lettura gnostica del Corano, proponiamo ora un approfondimento dedicato ai concetti di ẓāhir e bāṭin nella tradizione sciita.
Fin dalla sua compilazione, il Corano è stato oggetto di numerosi commentari teologici, letterari e giurisprudenziali, nonché di commentari con una vocazione più filosofica o addirittura mistica, il cui obiettivo è quello di evidenziare l’aspetto “interiore” (bâtini) e i significati nascosti del Corano. Tali commentari si basano sulla stessa idea centrale: la Parola di Dio contiene sia un aspetto apparente (zâhir) che uno nascosto (bâtin). A livello epistemologico, implicano anche che i mistici abbiano accesso a una comprensione della rivelazione coranica attraverso un tipo specifico di conoscenza basata non su concetti, ma su un ordine presente (huzuri) e visionario. A livello linguistico, questi commentari si basano sul principio del ta’wîl, con l’idea che il significato di ogni parola sia molteplice e possa essere ridotto a un significato primario (awwal), che costituisce il suo significato profondo al di là di quello apparente.
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