Dopo aver incontrato alcune delle grandi figure dell’ʿirfān filosofico e gnostico, è interessante volgere lo sguardo a un’altra dimensione attraverso cui la spiritualità sciita si è espressa: la poesia. Nell’opera di ʿAllāmah Sayyid Muḥammad Ḥusayn Ṭabāṭabāʾī, noto soprattutto come esegeta e filosofo, la parola poetica diventa infatti un veicolo privilegiato per articolare l’esperienza dell’amore divino e della bellezza come manifestazione del Reale.
La sua produzione poetica, meno conosciuta rispetto ai suoi scritti teoretici, rivela un volto intimo e contemplativo, in cui l’amore per il Bello (ḥusn) e la nostalgia per l’Assoluto si intrecciano con la tradizione mistica persiana. In questi testi, l’ʿirfān non è solo dottrina o metafisica, ma vibrazione affettiva, slancio dell’anima, ricerca di un linguaggio capace di dire l’indicibile. La poesia diventa così un’estensione naturale della sua visione filosofica, un luogo in cui concetti e simboli si trasformano in esperienza vissuta.
Per entrare in questa dimensione più lirica e meditativa dell’opera di Ṭabāṭabāʾī, proponiamo ora un approfondimento dedicato alla sua poesia mistica e al tema dell’amore come via di conoscenza.
 
Introduzione alla superstite opera poetica del filosofo, esegeta e mistico ‘Allāmah Sayyid Mu|ammad ðusayn ¦abā¥abā’ī. Traduzione e analisi filosofica e letteraria di alcuni componimenti mistici, considerando il rapporto della poesia tradizionale con l’ʻirfan shīʻita, la legge islamica e la filosofia.  

 

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